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Introduzione
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento del Dott. Roberto Menotti di Aspen Institute Italia (ultimo libro: Mondo Caos. Politica internazionale e nuovi paradigmi scientifici – Bari, 2010 -) dal titolo “Complessità e relazioni internazionali: qualche questione di fondo”.
“Il termine complessità incute solitamente rispetto, perfino timore. E’ spesso utilizzato, deliberatamente, come arma impropria per marcare un campo di indagine, e affermare una sorta di diritto quasi esclusivo alla comprensione – lasciate fare a chi parla o scrive, perchè capisce la complessità che a voi invece sfugge.
Se applicato alle relazioni internazionali, un concetto rigoroso di complessità può essere in effetti espresso in modo perfino semplice, e certamente utile: è complesso qualunque fenomeno o processo che sia di tipo non lineare. Ne conseguono molte caratteristiche di grande interesse per chi studia questioni internazionali, e più genericamente sociali.
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A metà del 2010, l’anno delle turbolenze monetarie, le opinioni di Washington e Bruxelles sono concordi: sebbene il primo semestre sia stato funesto per le Borse e gli Usa e l’Ue stentino a riprendersi economicamente, il pericolo di una seconda Grande recessione dopo quella del 2008 è remoto. Ma secondo il Pew center e altri noti istituti di ricerca americani, è una magra consolazione per decine di milioni di lavoratori occidentali. Dalle loro analisi dei mercati del lavoro, anche se la crisi venisse superata a breve, difficilmente negli anni Dieci Usa e Ue tornerebbero al quasi pieno impiego. Per l’Occidente, ammonisce anzi il Pew center, il problema strutturale più grave del prossimo decennio sarà proprio la disoccupazione. Rimarrà elevata, produrranno più nuovi posti di lavoro i colossi emergenti e altri Paesi del terzo mondo. Un’inversione delle parti che provocherà squilibri profondi, se i governi e le imprese occidentali non correranno ai ripari. L’analisi si basa soprattutto sui dati americani. Dal dicembre del 2007, quando iniziò l’attuale crisi, gli Usa hanno perso 8 milioni di impieghi circa. La disoccupazione reale, sottolinea il Pew center, non è del 9,5% ma del 16,5% (le statistiche ufficiali tengono conto solo delle domande di lavoro agli uffici di collocamento). Read More »
Il 27 settembre l’agente operativo di al Qaida Ahmed Khalfan Ghailani sarà processato in un tribunale di New York. Un processo ordinario, dopo che Ghailani è stato detenuto nel carcere di Guantanamo per quattro anni senza vedere un giudice.
Il trasferimento di quello che fra le varie mansioni era anche guardia del corpo di Osama bin Laden avrebbe dovuto essere l’apripista del progetto obamiano di chiudere Guantanamo, tramutando la logica delle corti militari in una procedura penale ordinaria dove ai detenuti fossero garantiti gli stessi diritti dei cittadini americani. Due giorni fa, il giudice della corte di New York Lewis Kaplan ha stabilito che la cosa non si può fare. Il tribunale americano non ha accolto il ricorso degli avvocati di Ghailani: volevano che il loro cliente fosse rilasciato perché la detenzione a Guantanamo aveva violato i suoi diritti, primo fra tutti quello di essere giudicato in tempi brevi. La sentenza di Kaplan ha sciolto uno dei dubbi fondamentali sul trasferimento dei detenuti: una volta portati sotto la legge ordinaria, che succede ? Come ci si comporta con il passato? Si cancella tutto o gli avvocati possono appellarsi retroattivamente ? La sentenza del tribunale newyorchese, destinata a fare scuola, dice in termini giuridicamente corretti che quello che succede a Guantanamo rimane a Guantanamo. “ Non c’è nessuna evidenza che il ritardo nell’inizio del processo abbia intaccato le possibilità di difendersi per Ghailani “, scrive il giudice Kaplan, che “ capisce la rabbia di chi non è d’accordo sul fatto che sospetti terroristi abbiano gli stessi diritti dei cittadini americani “. Read More »
La migrazione internazionale è diminuita durante la crisi economica, ma con la ripresa gli immigrato saranno nuovamente necessari per colmare le carenze di manodopera e competenze. Lo afferma l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nel rapporto sulle previsioni per il 2010 dell’immigrazione internazionale. L’afflusso di immigrati verso i Paesi dell’Ocse, afferma il rapporto, è sceso di circa il 6 per cento nel 2008 (a 4,400 milioni di persone), invertendo l’andamento di cinque anni di aumenti annui medi dell’11 per cento. Dati più recenti indicano un’ulteriore diminuzione nel 2009. Il calo, spiega il rapporto, riflette una diminuzione della domanda di lavoro nei Paesi Ocse e gli immigrati sono stati duramente colpiti dalla crisi, in particolare i giovani. Il rapporto rileva che i Governi dei Paesi Ocse dovrebbero,, quindi, fare ogni sforzo per assistere gli immigrati che hanno perso il posto, garantendo loro gli stessi diritti dei disoccupati locali sia fornendo supporto per cercare lavoro sia aiutandoli con corsi di lingua per integrarsi. Secondo l’organismo con sede a Parigi, senza un aumento degli attuali tassi di immigrazione, la popolazione in età lavorativa nei Paesi dell’area crescerà solo dell’1,9 per cento nei prossimi 10 anni, rispetto a un incremento dell’8,5 per cento tra il 2000 e il 2010.